Piccola volpe dove vai così di fretta? Dove ci stai portando? Le sacche dei polmoni pungono il petto, ma non ci fermiamo. Seguiamo la mappa delle goccioline di bava che ti cadono dalla lingua, drizziamo le orecchie in cerca dei tuoi movimenti. Il buio è la tua casa e così la nostra. Ti stiamo dietro. Annusi, annusiamo. Iniziamo a capire. Il suo odore irrora ancora il terreno della sua aura. Dove ci stai portando? Il bosco si scioglie in una radura e abbiamo paura di lasciare la protezione degli alberi; ma sei la nostra guida e continui a correre. Stelle comete i tuoi occhi zampillano i riflessi della luna nella notte, odore di campagna ci sferza e arruffa il nostro pelo, non capiamo la direzione del vento.
Un perimetro più scuro del cielo si disegna davanti a noi, un cascinale, forse abbandonato? La porta ha percorso il cardine per mezza circonferenza, ora ondeggia e sbatte a ripetizione contro il muro. I gatti fuggono vedendoci arrivare.
Ci accorgiamo che nei recinti ci sono le ombre vive delle galline che chiocciano per la fame. Anche noi ne abbiamo. Piccola volpe vieni con noi, ci hai condotto a un bel banchetto. Ci appiattiamo a terra, trasciniamo le foglie sotto alle zampe. Ma ci balzi davanti, vediamo le scapole sporgere sotto alla tue pelliccia e le tue zanne ci ballano negli occhi. Dobbiamo seguirti. Adesso avanziamo nel cortile, entriamo nella casa degli uomini. E se fosse una trappola? Piccola volpe che cosa vuoi da noi? I peli si rizzano, ci viene spontaneo ringhiare. Starnutiamo. Anche gli odori si decompongono. Siamo qui per questo? Seguiamo la scia di morte fino alla camera da letto. L’uomo che conosciamo è sdraiato e il lenzuolo non si gonfia dei respiri dentro al petto. Adesso capiamo. Per tutta la vita sei stata inseguita e non ti sei mai fatta prendere. Ora corri dal tuo cacciatore. Salti sul letto, ti avvicini al volto immobile che già slabbra la pelle al peso della gravità. La bocca aperta mostra i denti di un predatore, che ha così tanto desiderato di penetrare la carne della volpe, che ora la volpe non può più fare a meno di lei. Tu lo annusi, gli lecchi le mani dure dei calli lasciati dall’impugnatura del fucile, ti accovacci contro il suo corpo freddo appoggiando il muso sulla sua spalla. Gli scaldi il collo con il tuo respiro. Noi mettiamo tutto a soqquadro, straziamo le galline, ci accucciamo vicino a voi nella stanza.
All’alba i tuoi occhi spalancati ci dicono che è tempo di tornare. Vi lasciamo. Nel cortile sterrato delle piume volteggiano, giochiamo ad acchiapparle ma ci mordiamo la lingua.

Il fumo della sigaretta è un buon compagno di viaggio. È il mio filo di Arianna.

Pony-pizza, giardiniere per i vicini, quando ancora ero un ragazzo e stavo dai miei, imbianchino improvvisato.

Treviso di notte è bellissima, si sente solo il rumore dell’acqua gorgogliare sotto i ponti, lungo i canali.

Apprendista macellaio, un lavoro che mi aveva trovato mio padre, ma il proprietario ha poi preso suo figlio, dopo che era stato bocciato per la terza volta alle superiori.

Penso che non avrei mai potuto vivere in una città senz’acqua, ho bisogno della sua voce, è il sangue nelle vene di una città, le dà la vita.

Postino, magazziniere, cameriere.

A seguire il Sile, a piedi si può arrivare fino a Venezia.

Barista, cassiere, operaio. Questo per poco, mi faceva davvero schifo.

Bracciante agricolo, ma solo per un’estate. Cameriere.

Oltrepassate le mura, il paesaggio sprofonda nel buio. Si vede solo la strada illuminata dalle aureole di luce emesse dai lampioni, i suoi riverberi danzanti sul profilo del fiume. Il verso delle rane.

Per un anno ho lavorato al San Lazzaro, poi in via Guazzo, nel ristorante fuori dal Parco degli Alberi Parlanti, per quasi cinque anni.

Fidanzato e poi marito di Laura, padre di Marta e di Sara.

Cameriere esperto, al lavoro in bicicletta. Saluti a tutti, con il sorriso, piegando leggermente la testa in un accenno di inchino. Benvoluto sempre.

Delle libellule notturne volano a filo d’acqua, in cerca della sopravvivenza.

Infine, il salto di qualità. Responsabile di sala al ristorante Desiderio, specializzato in pesce e vini costosi, per più di dieci anni. Al servizio dello stesso ristorante, dello stesso responsabile, Vittorio, il proprietario, ormai un amico.

Un’oca ritardataria mi taglia la strada, si intrufola tra le sbarre in ferro del cancello di un’abitazione.

A volte qualche incomprensione, turni lunghi, stipendi bassi, straordinari dimenticati nelle occhiaie e nel mal di schiena. Quella cosa strana delle testate contro il muro e i pugni alle porte. Il legno rotto, mia moglie che abbraccia le bimbe, le lacrime. Perché mi guardi così?

La casa vuota.

Stasera ero seduto al tavolo con Vittorio, finito il turno, sistemati tutti i tavoli; la sala già carica del senso di attesa di cui si riempiono i ristoranti prima che si spenga la luce quando arriva la notte.

Mentre Vittorio parlava, mi chiedevo fino a che punto viviamo in due mondi inconciliabili. La realtà, fuori dalla nostra testa, che ci costringe alla presenza. E il flusso dei pensieri, che a volte è così forte da trasformare l’ambiente esterno al nostro corpo in un sottofondo fastidioso. E non abbiamo modo di nasconderlo, perché ciò che pensiamo si traduce nell’immediato in una mimica facciale che mostra il suo strappo di senso con il contesto.

E pensavo queste cose masticando piano del baccalà servito in modo raffinatissimo e chissà la mia faccia come era incoerente rispetto alle parole di Vittorio, al suo corpone proteso verso di me, la sua mano a premermi sul polso del braccio destro mentre mi spiegava addolorato che la crisi economica aveva colpito persino noi e non aveva scelta, doveva ridurre il personale. Dieci anni, tanta esperienza, sono sicuro che troverai un posto più degno delle tue capacità.

Devo avere alzato le sopracciglia, fatto un respiro pieno come uno che pensa mi sta lasciando a casa perché sono vecchio e do una brutta immagine, ma non l’ho detto; ho detto che andava bene.

La casa vuota. Le figlie una volta al mese, non di più. A volte nemmeno quello. Le testate sul pavimento, per evitare di rompere qualcosa.

Camminare. L’estate si sente davvero quando il fresco leggero della sera fa venire i brividi sotto la camicia. Ma ormai è notte.

La ciclabile lungo il Sile è deserta. I pensieri si riconciliano al fremere del fiume.

Qui, è il punto esatto.

Ci venivo con mio padre, da piccolo. Lo raggiungevo al lavoro, quando tornava con il camion. Tutta la vita per la stessa ditta. Ci sedevamo proprio a questa panchina e lui si accendeva una sigaretta, l’unica della giornata.

Finalmente posso togliermi dalle spalle questo zaino pesante. Quattro bottiglie dovrebbero bastare.

Vedevo dal suo modo di fumare che era soddisfatto. Allungava un braccio sullo schienale della panchina e restava in silenzio. Mi chiedeva se avessi fatto i compiti e io annuivo. Gli dicevo che da grande volevo stare bene così come stava lui.

Inizio a bagnare la camicia e i pantaloni, le scarpe. Con cura.

L’importante è trovare qualcosa da far bene, mi diceva. Sudarsi lo stipendio, avere i soldi per la famiglia, le sigarette e il vino.

Che lavoro ti piacerebbe fare da grande?

Mi rovescio addosso le tre bottiglie, non so perché le rimetto nello zaino. Con la quarta, i capelli e la faccia sentono scorrere addosso il freddo appiccicoso della benzina. L’odore è così forte che faccio fatica a respirare.

Pony-pizza, giardiniere, imbianchino. Macellaio, postino, magazziniere, cameriere. Barista, cassiere, operaio, contadino, cameriere. Cameriere.

Il Sile davanti a me brilla come non mai.

A me papà piacerebbe fare l’astronauta ma, se non ci riesco, vorrei essere una stella.

Il suono secco dell’accendino d’argento che mi ha lasciato mio padre in eredità. È impressionante la velocità con cui la benzina prende fuoco. Il calore brucia i vestiti, mi entra nella carne.

Un gatto, incuriosito, si avvicina e da sotto la panchina mi guarda. Solo lui è testimone del mio sorriso che brucia nella notte.

“Ma oltre a queste verità e dentro queste

vuote parole ho perso la misura.

Ora io so soltanto che son seduto

a questo tavolo e che per tanto buone

ragioni ho tempo e odio da spendere.

E mi basta così senza nemmeno

maledire. Non è perdere al gioco,

e poi fa bene vivere. Un’arte

marziale voglio imparare, di che sempre

si possa indugiare di far male.

Un teatro astratto di colpi e pensieri

per i giorni neri. E poi le gioie e insieme

con gli amici far niente.”

Beppe Salvia

Bussarono alla porta, caparbiamente, con la costanza del martello che batte sul chiodo. La vecchia vicina era venuta a lamentarsi per i rumori notturni che le guastavano il sonno: «Signor Stracci io non so che lavoro faccia e che cosa combini fino alle cinque del mattino, ma io abito proprio qui sotto e non riesco a chiudere occhio con lei che passeggia avanti e indietro sopra la mia testa e parla non si sa con chi. Qui i muri sono sottili.. e insomma, provi a dormire a una cert’ora o, almeno, non faccia tutto questo chiasso!». Le occhiaie sul viso magro dell’uomo ebbero un breve tremolio di rammarico e rassegnazione; quanto bastava perché l’anziana donna avvertisse il piacere inconfondibile del proprio potere. «Vedo che ci siamo intesi, bene. Si ricordi della riunione di domani, ci saranno tutti gli altri condomini. Mi raccomando! E su col morale, è sempre così cupo!». La porta si richiuse; e il corpo esile di Beppe Stracci rimase immobile, lo sguardo magnetizzato dall’occhio nero dello spioncino. Era tornato il silenzio nel piccolo monolocale, e si poteva soltanto immaginare il faticoso trotto della cara signora Guglielmi, residente da quarant’anni nell’immobile, che trovava unica forma di godimento nell’andare a spiare le miserie altrui. La stanzetta era arredata sobriamente: i mobili bianchi acquistati all’ikea non davano adito a polemiche sul gusto. Sarebbe stata inoltre una camera luminosa, se le persiane della porta a vetri non fossero state costantemente abbassate, nascondendo il piccolo terrazzino affacciato sul traffico sempre arenato al semaforo.

Seguito dalla sua ombra, l’uomo si trascinò fino al letto per poi crollare tra le pieghe del lenzuolo come un tronco spezzato. Sollevò la testa  e vide puntati nei suoi gli occhi del gatto, che lo fissava con l’apprensione di un amante fedele. «Neanche nella sua tana un coniglio può stare tranquillo. I cacciatori arrivano con i fucili carichi, i cani mostrano le loro zanne orribili e strappano gli occhi alla bestia tremante. Poi: bum-bum! E tutto finisce. Non pensi sia così, Micio?». Le zampette si stiravano adesso contro il petto dell’uomo e Micio trovò una cuccia comoda tra le braccia di Beppe. «Se ci vedesse un poeta, caro mio, ci troverebbe bellissimi. Ma sei tu che sei bello, mio piccolo amico. Io sono soltanto il tuo specchio felice».

Il telefono sul comodino lampeggiò lanciando bagliori biancastri tra le ombre della stanza e un rapido gesto del braccio spodestò il re felino dal suo trono: «Pronto, Ninì, sei tu? Sì hai ragione, ieri me ne sono andato senza salutarti. Avevo un gran mal di testa. No, non ti devi preoccupare, va così. Quando un luogo si fa chiuso sento che devo allontanarmi. Sai quanto mi piace camminare di notte. Hai ragione, la prossima volta ti avviso e ti porto con me. Va bene, mi vesto e vengo. Ci vediamo a casa tua, a più tardi». Alzatosi con la lentezza svogliata di chi non ha dormito per tutta la notte, Beppe prese dall’armadio una borsa e andò in bagno, seguito da fusa assonnate e sguardi furtivi. Una mezz’ora più tardi uscì dall’appartamento una donna vestita da sera; il rumore dei tacchi risuonò cadenzato per i tre piani di scale.

Da quando, adolescente, aveva iniziato a scrivere, Beppe aveva subito sentito il desiderio di travestirsi, di divenire in tutto e per tutto simile ai suoi personaggi. E più la maschera da lui ideata era complessa, più egli si entusiasmava per la sua messa in opera. Era stato un bambino in gita scolastica, un rivoluzionario in esilio dal proprio paese, un’anziana in fuga da un ospizio. Era stato mille volti differenti, tutti indossati e condotti per la città tra lo stupore dei passanti.

La figura femminile in cui Beppe si era ora mutato era Elsa, ragazza di provincia desiderosa di far conoscere i propri scritti e disegni ai gruppi di studenti che si riunivano ogni sera per le letture e da cui erano nate delle riviste indipendenti.

Così vestito si sentiva felice; simile a una novella regina che, il giorno del suo matrimonio, salga gli scalini verso il trono e si volti ad ammirare la commozione dei suoi sudditi, Beppe camminava compiaciuto lungo il viale che conduceva alla casa di Ninì. L’amica, che lo attendeva di fronte al portone, lo accolse con entusiasmo e consenso, pensando tra sé che a tale perfezione Beppe non era mai giunto prima.

Andarono insieme dal fotografo e poi in copisteria, dove stamparono le copie della rivista di Beppe; in prima pagina erano pubblicate tre poesie, affiancate dalla fotografia dell’autrice, una donna seducente dal sorriso ironico e malizioso. Subito dopo si lasciarono con l’accordo di vedersi più tardi e, mentre Beppe tornava a casa, Ninì andò a distribuire i giornali presso amici e conoscenti.

«Dolce Elsa, questa volta hai superato te stessa» disse Ninì raggiante non appena Beppe le aprì la porta del suo appartamento. «Ho già ricevuto tre telefonate. Guido dice di essersi innamorato perdutamente della misteriosa scrittrice comparsa sulla rivista di Beppe. Dovevi sentirlo al telefono, era così emozionato che quasi non riusciva a esprimersi, proprio lui! Tutti parlano di te, delle tue poesie e della fotografia con cui hai voluto accompagnarle. Provano solo il rammarico di non conoscere il tuo sguardo, a causa di quei grandi occhiali da sole che coprono metà buona del viso. Ma sono sicuri che nascosti da quello schermo ci sono due brillanti. Non vedo l’ora di assistere alla lettura domani, quando salirai sul palco e ti toglierai occhiali e parrucca! Chissà la reazione di Guido! Pensi ti dirà che “Nessuno è perfetto”?». «Sono troppo intelligenti per comprendere i miei scherzi. Non è certo la prima volta che pubblico sotto pseudonimo, ma loro si fanno sempre ingannare. Forse vogliono rendermi felice, magari fingono ogni volta la loro sorpresa. Non importa, comunque sia io mi diverto». Beppe si era tolto la parrucca e camminava per la sua stanza con il passo elegante di una nobildonna, ancheggiando e voltando il capo una volta a destra e una a sinistra. Poi si fermò d’improvviso di fronte a Ninì, che stava ancora vicino alla porta:«Mi devi proprio scusare». Era diventato serio e così, in quella posa, con quell’abito e quegli occhiali da sole che ancora gravavano gli occhi, la sua figura aveva un che di tragico e insieme di grottesco. «Mi sento molto stanco, credo di aver bisogno di mettermi a letto. Ti va se ci vediamo più tardi?». Ninì sorrise, aveva capito: «Adesso sono io il luogo chiuso che devi lasciare. Ti chiamo quando so qualche cosa di nuovo». Bebbe Stracci fu di nuovo solo nel suo monolocale. Si tolse subito tutti i vestiti e si lavò il viso nel bagno. Poi si sedette per terra di fronte alla macchina da scrivere e cominciò a pigiare i tasti: un picchiettìo regolare come il ritmo di una canzonetta. Adesso poteva essere Elsa fino in fondo: un’adolescente bellissima nella sua casa al mare, d’estate. Ogni giorno un ragazzo nuovo con cui giocare tra le lenzuola bianche; il vento caldo a svegliare i loro corpi al mattino. Ogni giorno una poesia d’amore divertito e la nostalgia dei colori che gli acquerelli fissavano nei ritratti ingenui di una vacanza. Sotto il letto sempre presente un gatto sornione aspettava tranquillo il momento di fare le fusa.

A volte si interrompeva e scoppiava a ridere per quello che aveva scritto; oppure si lanciava verso la finestra e spalancava le imposte al cielo rumoroso del pomeriggio. La vita arrancava regolare per le vie cittadine: Beppe lo sapeva anche senza guardarle. «Essere qualcun altro per essere felici. Scacciare il dolore dei giorni col sorriso di un solo minuto. Scuotere i capelli lunghi, grassi di sale e vento. Altro non serve». La telefonata di Ninì interruppe i pensieri. La lettura era stata anticipata ed Elsa avrebbe dovuto presentarsi entro poche ore a casa di Guido per leggere, di fronte a un gruppo di giovani scrittori eccitati, le proprie poesie d’esordio. Il viso proruppe in un riso trionfale. Si travestì nuovamente, ma con cura maggiore. Preparò lo sguardo allo specchio del bagno e con la sigaretta alla bocca salutò Micio che pigro beveva alla ciotola.

Ma Elsa non si presentò alla serata in suo onore. Raggiunse il palazzetto dove, nell’atmosfera rarefatta degli incontri letterari, in un appartamento all’ultimo piano, una calca curiosa l’attendeva e passò oltre. Percorse le strade rade di gente e di macchine, nella luce di carta vecchia che spioveva dai lampioni. Si sentiva come un’attrice di noir e rimpiangeva di non avere nascosta nella borsetta una pistola lucente. Si sedette in un locale a bere un punch con un’aria da donna perduta, come mai avrebbe pensato di poter fare, lanciando ogni tanto qualche sguardo intimidito ai clienti solitari seduti al bancone.

Quando fu di ritorno, da Guido avevano già capito che la donna sulla quale avevano fantasticato li aveva fottuti tutti quanti e che, ancora una volta, dietro la beffa subita si nascondeva Beppe Stracci. Ma rimasero ugualmente stupiti quando una lunga figura dall’incedere femmineo si fermò sotto al balcone dove alcuni erano usciti a fumare e si mise a mandare baci e a strizzar l’occhio in modo malizioso e un po’ sguaiato. Ninì scese di corsa e, tra gli applausi divertiti e i fischi da scolaresca, cinse il collo a quella donna stravagante e si strusciò al suo corpo, le rapì la bocca con la sua e, rivolta agli altri, disse che quella era la donna della sua vita. Elsa la prese per mano e corse con lei saltellando sui tacchi. La portò nella sua stanza e la spogliò. Fecero l’amore, gettando in terra il nascondiglio ricciuto in cui si era rifugiato uno scrittore.

Beppe si svegliò che era ancora notte. Sentì sopra il petto il calore di un corpo e pensò che erano come tutte le altre coppie che si amano e poi sono sole nel letto. Si alzò con la cautela maggiore che gli fu possibile e Ninì rimase nell’incoscienza del sonno. Si sedette sul suo terrazzino sospeso come un’altalena ciondolante su tre piani di oscurità e afferrò la bottiglia di birra già aperta, poggiata in un angolo del balcone da due notti. Sorseggiò la birra e chiuse gli occhi per un istante: il buio e il silenzio si mischiarono alle immagini fissate nei fogli durante il giorno. Scrisse sulle mattonelle rosse dei versi, correggendo e variando le parole che la prima luce dell’alba gli suggeriva. Si mise poi a gattoni e lesse e rilesse, quando un gatto vero si intrufolò tra le sue gambe e si sdraiò sopra la bella poesia, zampettando felice contro la fresca maglietta del suo padrone. Beppe se lo strinse contro e si distese, senza sapere se lui fosse quello che accudiva o quello accudito. Si svegliò solamente all’odore del caffè che Ninì gli porgeva, divertita dalla sua condizione di intrusa, mentre Micio tagliava con gli occhi il sorriso della sua rivale.

Catia e Nichi giocano a pallone vicino all’acqua. Io li guardo. Vorrei stare con loro ma fa troppo caldo, sento il peso del pelo sul corpo. La mamma mi ha lasciato posto sotto l’ombrellone, mi bagna la testa ogni tanto, versandomi dell’acqua da una bottiglia; mi fa bere di continuo, per fortuna.
– Dovevamo lasciarlo a casa, non vedi che sta male? – dice il papà.
– Ma non può stare da solo, Churchill è solo un cucciolo!
Annuso la sabbia. Provo a leccarla. Eccì! Dei granelli mi sono rimasti incollati alla lingua. Torno ad annusare. Avanzo. La sabbia scotta, devo fare piano. TUM TUM. Che cos’è questo rumore? TUM TUM. Mi guardo intorno. Su un lettino una signora grassa sta mangiando dei biscotti. Mi avvicino, le annuso il braccio. Lei lo sposta, fa un gesto per allontanarmi. TUM TUM. Il rumore mi conduce vicino al muretto che delimita la spiaggia. TUM TUM. TUM TUM. Viene da sotto la sabbia. Inizio a scavare.
– Ehi! Ma che fai?
Una coppia anziana è proprio vicino a me, con la schiena appoggiata al confine di cemento, per godere della sua ombra. Non importa. TUM TUM. Il rumore si fa più forte. TUM TUM. Sento qualcosa di morbido. Mi fermo. TUM. Ora il battito è continuo. TUM. Sembra. TUM. Un cuore. Lo prendo in bocca, porto il mio trofeo dalla mamma, glielo appoggio sulla salvietta. TUM. Aspetto. TUM. Lei guarda. TUM, Caccia un urlo. D’istinto,  riprendo il cuore e corro sulla battigia, da Catia e Nichi. I bambini si piegano a guardare. Catia dice “Bleah!” e si copre gli occhi con le mani; Nichi allunga le braccia e ha negli occhi lo sguardo di quando taglia la coda alle lucertole, per vedere se poi si muovono ancora. TUM. Sento il rumore dell’acqua che viene. Il mare mi avvolge le zampe. Scatto via, sollevando una tempesta di sabbia sui corpi distesi.
– Dove vai, Churchill, torna qui! – grida la mamma e si alza dalla salvietta per provare a raggiungermi.
Io scappo. Supero una spiaggia e quella dopo ancora. Traccio una linea di fuga a tendini tesi. Più avanzo e più la sabbia si svuota di corpi.
Raggiungo il silenzio di una riva deserta. Quasi. In fondo, appoggiata agli scogli, la figura di un uomo. Mi avvicino. È vestito come quando fa freddo. Indossa un impermeabile, in testa un cappello da pescatore. La camicia azzurra, tutta lisa, ha i bottoni aperti che lasciano al sole il collo cotto. La faccia è per metà coperta da una barba disordinata. Sembra stia dormendo, non si accorge che mi sono avvicinato. Lascio cadere il cuore e abbaio. L’uomo si riscuote, apre gli occhi. TUM. Mi vede. TUM. Vede il cuore. TUM TUM.
– Il mio cuore!
Lo afferra tra le mani e lo inghiotte. Io abbaio forte.
– Shhh aspetta! – Si mette l’indice davanti alla bocca. Vedo l’unghia lunga e nera, simile a un coltello. Restiamo in silenzio qualche istante. TUM. Sentiamo. TUM. Il rumore. TUM TUM. Ha ripreso. Mi avvicino al petto dell’uomo, è da lì che viene. Ci schiaccio contro il muso.
– È il mio cuore, erano anni che lo cercavo. Adesso posso tornare a casa, finalmente!
Lo annuso, gli salgo su una gamba, gli lecco una guancia.
– Churchill! – sento la voce della mamma e dei bambini.
L’uomo intrufola le dita nel pelo della mia testa in una carezza.
Si alza in piedi e se ne va.

C’era una volta, prima che il ferro delle rotaie venisse a formare le venature del mondo, un piccolo paese posto in cima a una collina, che faceva la sua vita tranquilla e un po’ monotona, scandita dal lavoro e dal riposo delle feste. Affacciata su una via stretta, riconoscibile per il balcone ricolmo di fiori che sporgevano dalla ringhiera, come volessero tuffarsi nella strada, era la casa di Cenerino, un bel bambino esile, dai lineamenti fini, che aveva preso quel nome dai suoi occhi, color della cenere. Cenerino non aveva fratelli o sorelle, e i suoi genitori dedicavano a lui tutte le loro attenzioni: lo coccolavano sempre, lo riempivano di regali e gli facevano frequentare la scuola migliore di tutto il paese, sperando di vederlo diventare, da grande, maestro o, magari, avvocato. Così il bambino cresceva sensibile e intelligente, con tanta voglia di imparare.

Ma un giorno il nido dell’infanzia cadde dal ramo rovinando al suolo: Cenerino, ormai adolescente, si era appena svegliato ed era andato in cucina per fare colazione, quando vide sua madre che piangeva; le mani strette alla tazza e il viso chino a mescolare le lacrime al vapore esalato dal tè. «Mamma cos’hai?», le chiese Cenerino. «E papà dov’è?», aggiunse poi, vedendo che la tavola era apparecchiata solamente per loro due. La madre si riscosse e venne ad abbracciare il suo ragazzo; lo strinse così forte che lui quasi si sentì soffocare. «Tuo padre se ne è andato questa notte», gli disse. «Ha fatto le valige e è andato via. Ha preso la strada per la città, ci ha lasciato». Cenerino non capiva che volessero dire quelle parole e chiese: «Quando torna?». Sua madre non rispose. Facendosi forza si asciugò le guance, si soffiò il naso e finì il suo tè; poi mise una mano sul capo del figlio e, carezzandolo, lo esortò a sbrigarsi, se no avrebbe fatto tardi per la scuola.

I giorni seguenti, nonostante le insistenze di Cenerino, la madre continuò a non dare spiegazioni sulla scomparsa del marito; occupò invece tutte quante le energie per trovarsi un lavoro visto che, senza di quello, lei e suo figlio non avrebbero avuto di che mangiare. Così cercò, cercò e infine lo trovò presso il panettiere della piazza, uomo un po’ burbero e grassoccio, che abbisognava di una commessa che gli tenesse il negozio, mentre lui e i suoi tre figli riposavano dopo il lavoro al forno della notte. Ciò che non era detto, ma che tutti sapevano, è che il panettiere Berto, vedovo ormai da due anni, cercava anche una compagna che lo aiutasse con la casa e curasse i suoi figli, ancora giovani e irrequieti.

Dopo qualche mese di allusioni e goffe tenerezze, la madre di Cenerino, divenuta una perpetua sonnambula a causa delle pastigliette colorate che prendeva di continuo per dimenticare il suo dolore, cedette alle avances di Berto e andò a vivere a casa sua insieme al figlio, sconvolto da quegli eventi che, così rapidamente, gli avevano arrovesciato l’esistenza.

Il primo anno Cenerino poté continuare ad andare a scuola; poi Berto gli fece un discorsetto: «Anche se non sei mio figlio ti ho tenuto con me e ora è giusto che mi ripaghi. Lavorerai con gli altri al forno e, pronto il pane, lo porterai a tutte le case che ti dirò. Per studiare ormai sei grande.. e infatti guarda come sei debole, sembri una femmina! Non è girando le pagine di un libro che si formano i muscoli di un uomo».

Cenerino, inizialmente, obbedì con piacere agli ordini del patrigno perché, da quando si era trasferito da lui, tutti i compagni lo prendevano in giro, canzonandolo e dando epiteti crudeli a sua  madre. Ma presto si accorse che il lavoro al forno non era equamente distribuito e, mentre lui si affaticava a preparare le pagnotte e a infornarle sotto lo sguardo vigile e severo di Berto, i suoi fratellastri sonnecchiavano o giocavano a lanciarsi la farina, sporcando tutto il pavimento; ed era sempre lui a dover pulire. Finito il lavoro, mezzo sfinito dalla stanchezza, distribuiva i pani nei sacchetti e, alle prime luci dell’alba, faceva il giro del paese per le consegne. Quando gli era rimasta un pochino di forza, ripassava alla sua vecchia casa e guardava dalla strada il terrazzo ormai vuoto, rimpiangendo i bei fiori a cui, un tempo, sua madre dedicava tante cure. Altre volte prendeva la strada grande, quella che aveva percorso suo padre la notte in cui se n’era andato; ma dopo poco tornava indietro e si trascinava a letto, dove subito si addormentava.

Un mattino entrò nel panificio un giovane servitore vestito di tutto punto e chiese alla mamma di Cenerino due pani per il suo padrone che, stanco e affamato per il viaggio, aveva voluto fermarsi il prima possibile a prendere qualcosa da mettere sotto i denti. La donna, vedendo quel damerino in ghingheri, si fece tutta rossa e, con la sua ormai consueta lentezza, gli diede le due pagnotte, aspettando poi di farlo uscire per sbirciare dalla vetrina e vedere una carrozza sfarzosa che, trainata da sei cavalli bianchi, si allontanava rapidamente.

Quando la sera raccontò a Berto l’accaduto, questi si mise a pavoneggiarsi a più non posso, meditando il progetto di far preparare al falegname una nuova insegna per il negozio, con la scritta: “DA BERTO: IL PANE DEI SIGNORI”. E in effetti quel pane era davvero buono, perché Cenerino metteva nel lavoro un grande impegno, sperando che così la gente del paese gli potesse voler bene. Il suo pane era così buono che un mattino si ripresentò al negozio il giovane servitore, annunciando che il suo padrone, in vista di una festa che si sarebbe tenuta di lì a tre giorni nella sua villa di città, voleva che fossero loro a rifornirgli il pane necessario.

La mamma di Cenerino, vedendo il mazzo di banconote che il ragazzo le porgeva, ebbe un sussulto di vitalità e, presi i soldi e il foglio in cui erano annotate le ordinazioni e il recapito per la consegna, ringraziò con enfasi il giovane, assicurandogli che tutto sarebbe stato pronto entro il giorno stabilito. Corse poi a casa e svegliò Berto, mostrandogli il mazzetto e leggendogli gli ordini; al che seguì un urlo e del trambusto, perché il pane che veniva richiesto era quello che loro erano soliti preparare nell’arco di un mese. Berto si tuffò giù dal letto  e andò a svegliare i suoi tre figli e Cenerino, sbraitando loro di mettersi subito all’opera. Ma il pane da preparare sembrava infinito e, più passavano le ore, più Berto si infuriava, sfogando la sua rabbia su chiunque gli passasse sotto tiro.

La notte precedente al giorno della festa, mentre il patrigno e i fratellastri, battuti dal sonno, ronfavano stesi sul pavimento, Cenerino se la filò alla sua vecchia casa, per lenire un poco la tristezza con il ricordo dei bei tempi in cui c’era ancora suo padre e lui poteva passare i pomeriggi a leggere i libri per la scuola. Giunto alla via e fermatosi sotto al balcone, venne avvicinato da un uomo con il volto coperto da un largo cappuccio. Sulle prime Cenerino si spaventò, ma fu subito tranquillizzato dalla voce calda e affettuosa di quell’uomo, che gli si rivolse con queste parole: «Che ci fai tutto solo per le strade a quest’ora della notte? I tuoi saranno preoccupati, non credi? Dovresti tornare da loro». Il ragazzo, sia perché quella voce era così bella, sia perché era da molto tempo che provava il desiderio di confidarsi con qualcuno, si mise a raccontare tutte quante le sue sventure. Lo sconosciuto, non appena Cenerino smise di parlare, gli disse: «La tua storia è molto triste; ma io posso aiutarti, aspetta»; ciò detto, prese qualcosa dalle tasche e la porse al ragazzo. «Ora torna a casa e, quando sarai di fronte al forno, stando attento che nessuno ti veda, bevi in un gran sorso  tutta l’acqua che è contenuta in questa boccetta e pronuncia le parole:

Acqua che modelli il mondo,

modella il mio incubo affinché divenga un sogno”.

Poi mettiti tranquillo a riposare e vedrai che, quando riaprirai gli occhi, tutto il lavoro sarà fatto».

Cenerino svelto tornò a casa e, giunto davanti al forno, mentre ancora gli altri dormivano, fece quanto gli aveva detto il signore incappucciato. D’improvviso gli venne un gran sonno e, sedutosi su una seggiola che gli stava accanto, si addormentò. Qualche ora più tardi fu svegliato dalle grida festanti di Berto e dei suoi tre figli che, in preda all’allegrezza, si erano messi a danzare intorno a un centinaio di sacchi ricolmi di pane dorato. Presto tutto fu caricato su tre carri, alla cui guida furono messi i tre fratelli e Berto, insieme a loro, andò in città a effettuare la consegna. Dopo qualche ora il gruppo fu di ritorno e il panettiere si mise a raccontare ciò che aveva visto: il palazzo di quel gran signore era immenso, con divani in ogni sala, specchi alti alle pareti e mille servitori che correvano di qua e di là per i preparativi della festa. «E noi siamo invitati!» disse infine, raggiante, alla sua donna. «Le porte del palazzo saranno aperte  per tutti questa sera. Quel riccone festeggia il diciottesimo compleanno della sua unica figlia e vuole condividere la sua felicità con chiunque abbia il desiderio di fare un po’ di baldoria». Poi si rivolse a Cenerino con tono più pacato: «Ragazzo mio, purtroppo non potremo andare tutti. Sono già tre giorni che snobbiamo la gente del paese e molti sono venuti in negozio a lamentarsi. Chissà, se questa notte lavorerai di buona lena magari domani ti darò il giorno libero». Detto questo, andò a indossare il suo abito più bello e lo stesso fecero gli altri; compresa la mamma di Cenerino che, così entusiasta all’idea di partecipare a una festa di ricchi, non aveva fatto alcun caso al dispiacere che d’un tratto aveva velato gli occhi del figlio.

Mentre gli altri si preparavano, il povero ragazzo si mise al lavoro con l’attenzione di sempre ma, non appena sentì chiudersi la porta di ingresso e il rumore del carro in partenza, lasciò tutto per correre alla sua vecchia casa dove di nuovo incontrò l’uomo incappucciato, che gli chiese che cosa avesse fatto gonfiare i suoi occhi di pianto. Cenerino gli confidò tutto e il signore misterioso gli diede una nuova boccetta, del tutto simile alla prima. «Ora torna a casa e va’ nella tua stanza. Quando avrai chiuso la porta, bevi in un gran sorso tutta l’acqua e pronuncia le parole che già conosci. Vedrai che così tutto il lavoro sarà fatto e tu potrai andare alla festa. Ma ricorda che a mezzanotte dovrai lasciare il palazzo».

Cenerino corse a casa e seguì tutte le indicazioni dell’uomo misterioso. Non appena pronunciò le parole magiche, gli venne un gran sonno e si stese sul letto, addormentandosi per qualche minuto. Al suo risveglio, al posto della vecchia tuta piena di toppe che portava di solito, si ritrovò vestito di un abito elegante, come quelli dei principi delle fiabe che gli leggeva sua madre quand’era piccolo. Si precipitò al forno e vide che il pane era già distribuito nei sacchetti. Uscì allora di casa, pensando che avrebbe dovuto farsi tutta la strada di corsa; ma subito si accorse che un bel cavallo già sellato lo attendeva fuori dalla porta. Galoppò fino in città e, giunto al palazzo, fece il suo ingresso nella salone suscitando l’interesse di tutti gli ospiti, perché un ragazzo così bello e con uno sguardo così profondo non si era mai visto. La festeggiata scelse lui come cavaliere e insieme ballarono per tutta la sera. A mezzanotte Cenerino, ricordandosi le parole del suo benefattore, si congedò dalla ragazza e tornò a casa.

Il giorno seguente Berto lo svegliò, spiegandogli che il signore del palazzo aveva deciso di far continuare la festa per un altra sera. «E noi dobbiamo assolutamente andarci, capisci? Se no facciamo la figura dei paesanotti. Qui però qualcuno ci deve restare, se no come si fa con il lavoro? Allora, se anche questa notte ti dai da fare al forno, domani sarai libero di fare ciò che vuoi».

Come la sera precedente, Cenerino aspettò che tutti se ne fossero andati; poi corse alla sua vecchia casa dove incontrò l’uomo incappucciato che gli porse una terza boccetta e gli disse di agire come per le altre due volte. Cenerino tornò a casa e, nuovamente, non appena pronunciata la formula magica, si addormentò per qualche istante. Al suo risveglio fu sorpreso nel vedersi indossare un abito ancora più bello di quello della sera precedente. Uscito di casa, trovò il cavallo che lo attendeva e si mise al galoppo verso il palazzo.

 Giunto in città, strani pensieri cominciarono a balenargli; ricordi di quando era piccolo e circondato di affetto. Provò a immaginarsi il volto di suo padre ma non ci riuscì. Aveva fisso invece lo sguardo di sua madre, il mattino in cui gli disse che erano stati abbandonati. Uno sguardo carico di amore e disperazione, ma anche di forza e di coraggio. Quando entrò nel salone della festa, cercò subito quegli occhi tra gli invitati e vide sua madre seduta a una sedia, le mani congiunte, poggiate sulle gambe e il capo chino; un sorriso sognante le prendeva le piccole labbra. Cenerino andò da lei e le disse «Mamma, sono qui», ma lei non lo riconobbe. Probabilmente quei suoi occhi non erano più in grado di riconoscere nulla. Sembravano attraversare le cose, come se il mondo, per loro, fosse diventato trasparente. Suo figlio la prese per mano e la portò via, senza farsi vedere dai tre fratelli e da Berto. Sua madre lo seguì senza fare domande, si lasciò condurre come una bambina distratta, troppo presa da un suo gioco segreto per badare alla realtà. Insieme tornarono alla loro vecchia casa e vi si stabilirono. Poco tempo dopo Cenerino, diventato ormai adulto e robusto, trovò un lavoro. Il balcone si riempì nuovamente di fiori che la madre riprese a curare, non lasciando mai quel suo nuovo sorriso chiuso in se stesso. Ogni tanto madre e figlio, verso sera, facevano delle passeggiate; capitava che si fermassero all’imbocco della strada grande che filava fino alla città e lì guardavano l’orizzonte senza dirsi nulla. E così vissero tranquilli i giorni, senza pretese.

L’infermiera aveva raccolto le lenzuola e le aveva gettate nel cestone delle cose sporche. Aveva sfregato con una spugna il materasso e ora lo passava con uno straccio asciutto, per assorbirne l’umidità. Le braccia muscolose tiravano il tessuto del maglione che aveva indosso. Sembravano due tronchi, così come le sue gambe. Tutti la chiamavano la Generalessa. Solo ogni tanto l’operosità cedeva alla seduzione della tv accesa. Rana Menver, in un tailleur bianco che la faceva assomigliare a Moby Dick, intervistava Stephen O’Moore sulla sua ultima canzone di successo, Lass of Aughrim. In un angolo della stanza Nina, seduta sulla poltrona nel pigiama pulito che le era stato appena fatto indossare, osservava dai suoi occhi arrossati quelle operazioni. Si era pisciata addosso senza accorgersene, nell’ora di riposo che si concedeva il pomeriggio. Si era svegliata sentendo freddo e nell’angoscia si era attaccata al campanello per chiamare l’infermiera. Non le era mai successo prima, se non da piccola. Se l’era fatta addosso perché i vecchi sono come i bambini, quando scappa scappa; e perché la sua compagna di stanza, Maeve, era morta la notte prima. Per questo ora aveva una stanza tutta per sé.

Alla porta si era affacciata Gretta Greber nel suo terremoto di Parkinson, magrissima, addirittura più magra di Nina; con le braccia alzate che tremavano nell’ aria chiamava l’infermiera perché l’aiutasse a raggiungere la sala comune per la cena. Dalle sue labbra, che scomparivano nel cavo orale privo di denti, giungeva un unico suono continuo: «Bababa Babababa Ba Ba», «Babababa Baba Bababa» e silenzi in cui la sua mimica facciale, presa da continui attacchi nervosi, riproduceva in pochi secondi tutte le espressioni di cui era capace.

La Generalessa aveva caricato Nina sulla sedia a rotelle, sollevando con facilità le sue ossa leggere, e l’aveva portata nella sala parcheggiandola al tavolo vicino alla finestra. Accanto, le aveva fatto sedere la signora Greber, che ora batteva le mani eccitata, e aveva completato il convivio portando altre due commensali: Lily Sander, l’ex attrice sempre in tiro e sempre senza dentiera, perché se la toglieva e la lasciava ogni volta in un luogo diverso (il gioco a nascondino delle infermiere); ed Emily Johnson, una zozza che non riusciva a stare cinque minuti senza scoreggiare, accompagnando lo sforzo della spinta eolica con un «Uuuuuuuh!» prolungato e soddisfatto. Le otto tavole distribuite nel salone erano state presto occupate e i primi piatti iniziavano ad essere serviti dagli addetti alla mensa. Qualunque fosse il menù del giorno sarebbe stato amaro, perché amaro era il sapore che lasciavano in bocca i medicinali assunti continuamente dai degenti.

La sera precedente, anche Maeve aveva preso le sue pastiglie prima che spegnessero le luci. La Generalessa le aveva detto che era stata brava. Erano venute poi a prenderla poco dopo l’una, mosse dalle grida furiose di Nina, che era stata svegliata dai rantoli e da un nome, che Maeve aveva pronunciato più volte, alternandolo agli stridi degli ultimi respiri. «Gabriel, Gabriel», aveva detto con la voce fioca che le era rimasta. «Gabriel» aveva ripetuto un’ultima volta. Quando Nina si era voltata a guardare, l’aveva vista con gli occhi spalancati verso il soffitto.  

Alcuni volontari erano arrivati per assistere i pazienti e una ragazza si era avvicinata a Nina e aveva iniziato a imboccarla con grandi cucchiaiate di minestra. Era gentile, ogni volta che le faceva colare dalla bocca lungo il collo dei rivoli di brodo bollente diceva «Oh, chiedo scusa», e la asciugava con il tovagliolo.

Chi sarà stato Gabriel? Non certo il marito, di cui Maeve teneva la fotografia incorniciata sul comodino, accanto al letto. Figli maschi non ne aveva, ma soltanto una figlia che veniva a trovarla quasi ogni giorno. In due anni di convivenza di discorsi ne avevano fatti, ma quel nome non le diceva proprio nulla.

Il martirio del pasto non era durato a lungo, Nina non era una gran mangiatrice. Presto la Generalessa l’aveva riportata nella sua stanza, alzandole il materasso del letto per far sì che tenesse la schiena eretta per qualche tempo, prima di coricarsi per dormire.

Chi poteva essere Gabriel? Forse qualcuno che semplicemente apparteneva al passato.

Nina aveva socchiuso gli occhi e delle immagini si erano sovrapposte allo scenario della stanza: i volti degli amici in una domenica di primavera di tanti anni prima; i teli di cotone stesi nel parco per mangiare tutti insieme; un ragazzo con la faccia da uomo invitato da qualcuno del gruppo e la sua mano stretta a quella di Nina per qualche secondo di troppo. La promessa di rivedersi.

I ricordi le si affollavano nella testa. «Michael, Michael» aveva sussurrato. «Michael» aveva detto ancora. Il buio della stanza era interrotto solamente da un raggio di luce che filtrava dalla porta e che aveva esondato quando Gretta aveva fatto irruzione nella stanza in un «Bababa» concitato. Nina si era ritrovata il muso della Greber davanti agli occhi e aveva seguito le sue indicazioni da cane agitato, alzando la tapparella e aprendo la finestra della camera. Anche l’infermiera di guardia le aveva raggiunte, richiamata dal rumore. Le tre donne, stringendosi istintivamente l’una con l’altra, erano rimaste a guardare a bocca aperta quella strana neve di maggio, che cadeva fitta giù dal cielo e con i suoi fiocchi copriva tutto e tutti di bianco.

Il colpo acuto della plastica contro l’asfalto del cortile. Anna aveva visto Jáchym sulla terrazza della scuola e per l’agitazione aveva fatto cadere la stampella.

Con le braccia incrociate e i gomiti premuti sul parapetto, il ragazzo si affacciava inseguendo con lo sguardo i gruppetti di studenti che abbandonavano il cielo aperto della ricreazione al richiamo della campanella.

Che cosa ci faceva lì? Non era neanche il suo liceo.

Anna aveva notato che Jáchym indossava la stessa felpa dell’Adidas di quando si erano incontrati per l’ultima volta e lui le aveva detto di non cercarlo più. Aveva passato quei giorni a fissare il cellulare muto, a strozzare i singhiozzi premendo le unghie dentro la carne delle gambe per distrarsi dal dolore che le squassava il corpo e i pensieri. Sentiva che non era più in grado di respirare, che a furia di piangere si sarebbe consumata fino a scomparire.

Si era chinata per raccogliere la stampella: la domenica precedente si era slogata un ginocchio prendendo male una curva con gli sci. Tutti avevano pensato a un incidente, e lei aveva lasciato che lo credessero. Poi aveva alzato gli occhi. Le era sembrato di incrociare lo sguardo di Jáchym, così aveva abbassato subito la testa, tirando dritto fino all’ascensore. Doveva salire al terzo piano, dove avrebbe raggiunto le compagne per l’ora di ginnastica.

In palestra si era seduta sulla panchina accanto alla scrivania del professor Kirillov, mentre le altre, ancora infreddolite nei pantaloncini e nelle t-shirt bianche della divisa, camminavano in cerchio agitando le braccia distese in movimenti regolari. Anna aveva guardato con terrore attraverso il finestrone alle sue spalle. Jáchym era ancora lì. A osservarlo sentiva le vertigini.

Aveva chiamato Marta che l’aveva raggiunta.

«Hai una sigaretta?», le aveva chiesto torcendosi le mani. E poi: «Ma quello fuori è Jáchym?». L’amica aveva gettato un’occhiata oltre il vetro: «Non devi più pensarci, Anna! Fuori non c’è nessuno. Le sigarette sono nella giacca, negli spogliatoi».

Anna aveva chiesto a Kirillov il permesso di andare in bagno ed era andata a recuperare il pacchetto di Chesterfield. Doveva essere lui. Per la massa di capelli ricci in cui a lei piaceva così tanto infilare le dita; e per il modo in cui faceva curve le spalle, quando aveva freddo. Qualcosa di acido le era risalito in gola, insieme ai ricordi.

Per un attimo aveva pensato di tornare indietro, di fingere di non averlo visto. Invece aveva tirato il maniglione della porta che dava sul terrazzo. Era una giornata da schifo. Non pioveva ma il cielo era così grigio che sembrava stesse venendo la sera. Aveva acceso la sigaretta. Jáchym non si voltava.

La tachicardia e lo stordimento le avevano fatto muovere passi incerti fino alle spalle del ragazzo; lo aveva abbracciato.

Lui non aveva reagito. Anna aveva sentito le gambe molli e aveva preso a tremare. Aveva gettato la sigaretta, stringendolo più forte. Sapeva che se avesse lasciato la presa lo avrebbe perso per sempre. In quello stato simile al torpore, le era sembrato di sentire la sua voce distante: «Anna, io non sono qui. Perché lo hai fatto?». D’un tratto aveva sentito un urto e si era ritrovata sull’asfalto.

Un urlo si era alzato dal cortile. Kirillov si era sporto da una finestra a guardare di sotto, mentre nella palestra le compagne continuavano a correre lungo il perimetro del campo. Rivoli rossi si spandevano tra le fughe delle piastrelle bianche nel silenzio del cortile.

Novembre ci ha perso e noi ci siamo persi in lui. Ogni giorno, sempre più. Ma sembra che sia solo io a rendermene conto. Vedo gli uomini sfilarmi davanti chiusi nei loro cappotti, il viso coperto dall’ombrello, le mani che si alternano a reggere il manico e a nascondersi nelle tasche per rimettersi dal freddo. Passano. Lasciano per un secondo la scia del loro odore, il pieno di voci che staziona nell’aria sospeso giusto il tempo di ottenere il diritto all’esistenza. Se ne vanno via. Io resto, sempre qui, a vigilare davanti all’ingresso dell’Irish pub Da Wallis, in via del Tempo Arenato numero 8. Fuggono alla stagione nascondendosi negli interni delle case, degli uffici. Cercano salvezza dentro ai bar. Sono pallidi. Non guardano mai il cielo, non guardano mai me, scurito dalla pioggia e dal gas delle macchine. Loro si fanno inglobare dagli strati di lana; io sono sempre più nudo. Loro bevono insieme, scaldandosi nel fiato caldo delle loro parole; io bevo da solo, fuori al freddo. Loro. Io. Lei.  Arriva puntuale alle sette, dopo il lavoro; è impiegata contabile per l’azienda The Waste Land. Si muove sempre a piedi, non deve abitare lontano. Entra da Wallis, si siede al bancone. Ordina qualcosa da mangiare e un bicchiere di vino, due, tre. Esce solo quando è sicura di essere ubriaca. Allora paga, saluta il ragazzo che ogni sera la serve, mette il suo cappotto ma si dimentica di allacciarlo. Barcolla via dall’ingresso e mi passa davanti. Ogni volta mi chiedo: se ne va così? E lei si ferma. Muove un piede tra le foglie cadute (le mie foglie!), si volta e mi guarda. Nei suoi occhi lo specchio della mia tragedia. Mi barcolla addosso e abbraccia il mio corpo sempre più spoglio, sempre più indifferente. Lascia scivolare dalle braccia il cappotto, che cade in terra. Scoppia a piangere. Poi qualcuno dal bar la vede e le grida contro. Ubriacona! Vai a Casa! Lei raccoglie le sue lacrime, il suo cappotto e se ne va.  Ma tornerà domani e domani l’altro ancora. E insieme pregheremo per loro, per me, per lei, per le foglie (per i giorni), che in novembre non smettono mai di cadere.

Trema. È seduto sul sedile posteriore, accanto a me. Sento le sue vibrazioni contro la coscia. Immagino il suo ventre contrarsi ogni volta che interrompe il respiro. Lo abbiamo strappato dalla sua casa, a Carennac, nei Pirenei francesi. Da sua madre. Quando afferra un po’ di fiato con coraggio mi guarda e piange. Resta seduto a battersi le ossa per cinque ore. Senza distrarsi mai dalla sua paura. Poi la macchina si ferma.

  • Siamo arrivati, papà?
  • Non ancora. Ma qui c’è una bella spiaggia, voglio che la vediate. E io ne approfitto per riposarmi.

La mamma apre il cruscotto e prende i suoi occhiali da sole. Ha i capelli biondi lunghi, un vestito di lino azzurro. Apre la portiera ed esce dalla macchina. Faccio lo stesso, ma prima prendo tra le braccia l’esserino spaventato che ho di fianco e che ancora non ha un nome. Mio padre ha tolto le scarpe e indossato le sue espadrillas color senape.

  • Possiamo portarlo in spiaggia?
  • Ma sì, è un cucciolo.

Andiamo. Mio padre ha preso le stuoie per tutti e tre. Seguiamo una stradina che attraversa i campi. Ci mettiamo un quarto d’ora prima di arrivare alla spiaggia, puntellata da pochi corpi distesi ad asciugare. Il cucciolo continua a tremare. I miei genitori stendono le stuoie. Mio padre mi dice di sedermi e di lasciare il cucciolo sulla sabbia. Lo libero dalla tana delle mie braccia. Ha il pelo chiaro, fitto che gli pesa addosso. La frangia lunga gli copre gli occhi. Gliela alzo, cerco di pettinarlo. «Lascialo andare», mi dice mio padre.  Guaisce, vedo ancora brevi scosse sul suo corpo. Poi si calma. Annusa la sabbia. Sento il suo respiro indagatore. Fa un piccolo giro su se stesso, perlustrativo. Mi guarda, ci guarda, abbaia. Che cosa vuoi? Non mi risponde, torna ad annusare la sabbia. Prova a leccarla. Ma subito starnutisce i granelli che gli sono rimasti incollati alla lingua. Avanza. Le sue zampe affondano nella sabbia che scotta; riemergono quando arriva al bagnasciuga. Si ferma e pianta il muso in un punto, aspirando a più non posso. Vuole che quell’odore sia suo. Ha la frangia di nuovo sugli occhi. Non vede. Sente, ma non riconosce il rumore dell’acqua che viene. Non lo conosce. Il mare gli avvolge le zampe e la paura torna, lo ha preso alle spalle. Allora corre, scatta sollevando una tempesta di sabbia contro i corpi stesi sulla spiaggia.

  • Dove vai, torna qui! – grida mia madre, che si alza dalla stuoia e prova a raggiungerlo.

Il cucciolo traccia una circonferenza di fuga spingendo sui tendini. La percorre per tre volte. Poi si ferma. Mi raggiunge circospetto. Ho i piedi nell’acqua. Lui ringhia contro la schiuma dell’onda che muore sulla riva. Mio padre corre e si tuffa. Lo seguo anch’io e il cucciolo piange. Mia madre lo prende in braccio ed entra in mare. Prima piano, un passo per volta. Poi si immerge e porta il cucciolo con sé. Lui prova ancora ad abbaiare ma ingoia acqua salata. Prende a muovere forsennatamente le zampe e mia mamma lo lascia. Resta a galla. La sopravvivenza nel dna. Nuota fino alla spiaggia. Esco anch’io e vado a stendermi al sole. Il cucciolo mi segue, si sdraia accanto a me. Ma resiste poco. Si alza e riprende ad annusarsi intorno.

  •  Mamma! – grido dalla spiaggia.
  • Va bene se lo chiamiamo Sabbia?

Nessuno ha da ridire. Sabbia annusa, sale sulla mia stuoia, mi fa il solletico soffiandomi sul collo, mi lecca una guancia.

 

Guarda la neve bianca che cade dal ramo,

con il suo peso fa cedere il legno in un inchino e scompare

sotto il segno righettato di un’impronta,

sotto il passo di qualcuno che cerca

nelle strade la propria assenza.

Voglio dirti che se mi trema la voce

è solo perché la voce è questa neve sconfitta

sotto il peso di se stessa e la sua purezza

non può essere colta come un frutto maturo,

non puoi portarla alla bocca se non per farti del male,

per rinnegare i pensieri che arrossano il viso e che già

nel momento del loro respiro hai sporcato.

E ti chiedo perdono per la mia paura

perché il solo regalo che vorrei darti è questa neve

che ho raccolto dal ramo e che nascondo

sotto il mio cappotto nero mentre corro

e ti cerco per le strade, sperando di trovarti a camminare,

a cercare anche tu un tuo destino sotto ai fiocchi

che continuano a cadere.