Le nostre radici scoperte

temono meno di noi la vergogna,

la tortura nascosta della sera.

Oblio è parola troppo grande

per una così cauta propensione alla resa.

Forse soltanto il martirio

di qualcosa che abbiamo già perso.

Le tue labbra cedute in cambio di un silenzio,

la mia giovinezza in cambio di un’ora felice.

Restiamo intenti al nostro gioco muto

senza un battito di mani, un gesto

che superi gli arrivi.

 

 

I fotti-fotti dell’anima
spareggiano sempre col mondo.

 

È un moto di silenzio il calore del suo corpo:

gonfia e spiega il desiderio verso il mondo.

Vasja percorre le distanze del terrore

col sorriso sfinito. Le rughe ancora impresse sulla fronte

sono spettri di una smorfia di dolore perpetuata come un rito

e il torpore dei suoi gesti mostra il gelo che ha alle spalle.

Un lascito che nemmeno la stanchezza può slegare dalle braccia.

Una libertà artefatta in cui si lascia trascinare

adesso, sfiorando con il peso del suo corpo abbandonato

la strada che si affaccia lungo il porto di Predotkin: il paesaggio

immobile, il paesaggio di un inabissamento.

Grida sono forse o forse canti di uccelli, trascorrono veloci intimiditi

da se stessi.

La vita è negli occhi di chi guarda e Vasja guarda fisso. Basta un salto

poi, fino al ghiaccio in cui il mare si è indurito.

Danza lieve delle ruote, le ginocchia che si sbucciano nel freddo. Una distesa

di freddo che congiunge l’orizzonte. Vasja adesso è solo

ma dal nulla si avvicina un militare d’altri tempi, in ricordo forse

di un secolo scomparso per fiacchezza di memoria:

la livrea azzurra e bianca e i favoriti (lunghi lunghi

della nobiltà elegante). A Predotkin c’è soltanto

la sua voce: «Questo ghiaccio! Questo ghiaccio è una lastra

che riflette gli abbandoni. Se continui a scivolare

trovi il regno degli orsi! Se continui..»

La vita è negli occhi di chi guarda e Vasja guarda fisso. Guarda fisso

oltre il freddo che congiunge l’orizzonte.

 

Mi ricordo di quando ero piccolo e giocavo col pongo. Ad avere le mani in pasta mi sentivo felice e quando aprivo i barattoletti colorati subito il profumo che ne usciva accendeva le mie guance di piacere. Sì, credo di avere scoperto così il vero stato di eccitazione: il pongo è la causa prima dei miei turbamenti emotivi, la scaturigine del mio destino atto e a venire, ne sono certo.
Non facevo parte di quella nota cricca di bambini noiosi che passano le giornate a riprodurre strani animali come elefanti o coccodrilli che sembrano cappelli talmente brutti che a nessuno passerebbe per la testa di indossare. Io, come mio padre soleva dirmi soddisfatto, ero molto più intelligente degli altri bambini e così, mentre loro si divertivano a copiare figure imprecise di imprecisati esseri rappresentabili, scoprivo precocemente il concetto di astrattismo unendo in un meticoloso e ragionato lavoro un’infinità di palline colorate fino a costituire un’unica e stupefacente sfera arlecchinesca. Non riesco tuttora a spiegarmi come mai, mentre mio padre annuiva entusiasta e interrompeva ritmicamente il suo ondeggìo del capo con esclamazioni euforiche, mia madre, con mezzo volto coperto dalla porta della cucina, mi osservava preoccupata ed esitante. Forse pensava che i bambini troppo intelligenti come me poi finiscono per impazzire o per stare male e forse lo pensava perché era una fanatica lettrice di Pirandello e la madre di Pirandello era sempre preoccupata ed esitante per lui perché sapeva che tutta quella intelligenza lo avrebbe fatto soffrire. O forse, altra plausibile soluzione, era preoccupata perché, ogni volta che mi cimentavo in quelle opere d’avanguardia, tutto il pongo si mescolava in un unico magma ed era impossibile ristabilire l’ordine dei colori tanto che poi, a seguito dei miei lamenti d’artista, a loro toccava comprarmi continuamente barattoli nuovi con conseguenze economiche non indifferenti.
È un vero peccato che nell’incoscienza della mia giovane età io abbia distrutto tutti i miei capolavori nell’istante immediatamente successivo alla loro nascita. Avrei potuto mostrarli in seguito a qualche critico importante o a qualche imprenditore facoltoso col puntiglio del collezionismo. Avrei fatto sicuramente una brillante carriera, non v’è dubbio che il mio talento sarebbe stato riconosciuto. O almeno questo è quello che dice mio padre ogni volta che vado a trovarlo al ricovero per anziani dove l’ho condotto due anni fa con tutte le amorevoli cure del mio essere figlio.
La falsa insignificanza di questa divagazione puerile è data dall’assunto iniziale secondo cui il pongo vale per me come metafora esistenziale, come origine primigenia, escandescenza mitica della mia natura incontrovertibile. La spiegazione è molto semplice: fin dall’infanzia ho sempre provato un inesplicabile odio per il colore giallo; sebbene esso fosse indispensabile per le mie creazioni, era con non poco tremare di nervi che infilavo le dita tra le carni di quel disgustoso specchio d’olezzo. E ancora più terribile era ritrovarmi poi i suoi grumi appiccicosi sulla pelle, così crudelmente aggrappati ai miei palmi da rendere infiniti i supplizi dei miei sfregamenti convulsi e i continui lavaggi di mani fino a quando, dopo tanto dolore, finalmente il sapone vinceva sul male. Ma la soddisfazione era breve: subito i miei occhi assuefatti all’angoscia producevano piccole cellule giallognole fisse al centro dello spazio visivo e io ricordo che correvo precipitosamente al bagno per controllare, schiacciato allo specchio, se per caso dei pezzetti di pongo non fossero schizzati sulla superficie esterna dei miei fori scopici. Nulla vi era e così, per almeno mezz’ora, aspettavo seduto sul cesso che l’incubo allucinatorio completasse la sua tortura e mi lasciasse prendere sonno. Quando un giorno ho trovato il coraggio di confessare a mia madre la maledizione del colore giallo, lei mi ha portato spaventata dall’oculista il quale mi ha spiegato con calma che trattasi di un fenomeno comune a chi per troppo tempo sta sotto il sole o si affatica in un lavoro di concentrazione intellettuale. Mia madre si è sentita subito rasserenata, mentre io avevo scorto nel sorriso accomodante del dottore la spia ipocrita di un complotto inequivocabilmente rivolto contro il sottoscritto. Da quel giorno nessuno ha più potuto dissuadermi dall’idea dell’esistenza di una sordida alleanza tra la lobby dei medici e il colore giallo: a riprova giallo era il portapenne sulla scrivania dell’oculista, giallo pallido le pareti del suo studio e gialli i denti di quella vecchia seduta nell’atrio che doveva sicuramente essere un agente sotto copertura appostato a controllare ogni mia mossa. Senza che mi sia mai stata spiegata la ragione io ho la certezza di essere vittima di una condanna del destino, di una persecuzione che ha costretto la mia vita in una sala di torture. Poiché anche adesso, dopo trent’anni di astinenza da pongo, sento i microbi del giallo nuotare con disinvoltura tra i flutti del mio sangue corrotto e contaminare il mio libero arbitrio con i loro veti e voleri. Ed è infatti fin dalla mia più giovane età che ogni mia scelta è condizionata dal volere dei germi che porto come una croce crudele, divenendo io ombra di me stesso, spettro imprigionato nel fondo degli occhi a osservare il mio corpo impazzire.
Il giallo agisce secondo un metodo terribile: volendo attirare a sé tutto ciò che gli è consimile, dunque tutto ciò che assume apertamente il suo colore, esso agisce sulle zone erogene del corpo provocando un desiderio di intensità perversa, tale per cui detto corpo sente la necessità assoluta di penetrare il giallo, sfondarlo ed eiaculare nel piacere dell’orgasmo. Il cervello non ha più alcun potere, non sono suoi gli impulsi inviati lungo i nervi. È il giallo a manipolare gli elementi interni, a infettare gli organismi con la sua brama di sesso e violenza. Io gli cedo il mio peso, la mia possibilità di agire e di provocare conseguenze a cui non posso affiancare delle cause verosimili. Come se fossi un’arma puntata contro vittime di volta in volta designate. Ma le armi non hanno occhi, mentre io sono costretto ogni volta ad essere complice e vittima del mio aguzzino. Accusato mille volte di atti osceni: per essermi strusciato contro i limoni mentre aspettavo il mio turno dal fruttivendolo, per aver cercato di stringere tra le gambe la testa bionda di una o di un passante, per aver leccato la pipì ancora calda di un bambino nel parco. Tutte azioni inconsulte e degradanti a cui non posso sfuggire. Tutte azioni che mi hanno costretto a vivere in solitudine, senza mai poter sperare in un’amicizia sincera o in un amore, se non quello del mio corpo verso un colore che detesto. L’anno scorso un collega, per prendermi in giro, mi ha regalato  una bambola gonfiabile a grandezza naturale raffigurante Marge Simpson. Come ridevano quel giorno in ufficio vedendo ogni mia dignità scomparire tra le cavità di quel simulacro di dolore. Si sbellicavano osservando il mio terrore, le lacrime che correvano sul mio viso. Da quel giorno ho capito fino in fondo la paura di mia madre, i suoi occhi strappati al tempo per avvertirmi di un destino pieno di angoscia. Ho perlomeno la fortuna di risultare ridicolo agli occhi del mio direttore, che non mi licenzia solo perché i miei atteggiamenti lo fanno divertire. E, anzi, cerca in tutti i modi di far scattare gli impulsi libidici che mi attanagliano, per ridere di me insieme alla sua segretaria.
So quello che pensate. Molti di voi, se mi conoscessero, si comporterebbero come gli altri: avere uno zimbello da additare salva spesso il cuore dai turbamenti. Quelli invece più sensibili penseranno che è assurdo continuare con una vita simile. E so che vorrebbero tanto chiedermi come mai non scelgo la strada del volo verso una culla d’asfalto o di roccia appuntita. Come mai non rinuncio a questa vita che sembra avere da un pezzo rinunciato a me? Perché c’è un luogo dove sono felice, dove ogni tormento è interdetto. Ho trovato questo rifugio solo da qualche anno, ma già la mia vita è cambiata. Ogni sera mi attende, mi accoglie con la sua umiltà malinconica e mi salva dal mondo. Ho trovato un lavoro come proiezionista nel piccolo cinema del mio quartiere, in cui fanno esclusivamente film in bianco e nero. Non so quante volte ho rivisto i film dei Fratelli Marx quest’anno; devo a loro dei momenti di gioia sincera. Come se la porticina rossa della sala di proiezione fosse l’entrata per un incantesimo stupendo, un soffio di libertà che guarisce i polmoni. É un piccolo piccolo cinema frequentato da poche persone, pressoché sempre le stesse e tra queste una ragazza che mi piace tantissimo. Ogni giovedì arriva davanti al cinema un po’ in anticipo per fumare la sua sigaretta. Poi entra e si siede sempre al solito posto, terza fila di destra vicino allo schermo. Io la osservo quando entra e poi dall’alto del proiettore. Quando c’è l’intervallo la spio mentre si alza a stirarsi le gambe e a parlare con i due signori anziani seduti qualche fila dietro di lei. Penso che in fondo ogni giovedì andiamo al cinema insieme ed è bello, ci si sente meno soli. Credo che lei capirebbe. Lei che conosce così bene i Fratelli Marx perché li ha visti tante volte non può pensar male di me. E magari se ci conoscessimo la farei ridere, ma in un modo che finalmente piacerebbe anche a me. Qui nell’ombra di questa stanzetta mi sembra di essere un mago. E un altro mago nascosto qua fuori, magari dietro ai cassonetti dell’immondizia, muove la sua bacchetta ogni volta che arrivo, trasformando questo edificio solitario nella camera delle meraviglie che mi appare ogni sera, quando alzo la saracinesca e avvio la macchina.

Come uno straccio che stringo forte e chiamo amore

questa mia vita è la mia vita disperata

fatta di risa di grida e di abbandono.

“Quando viene la sera e la strada è deserta anche tu

senti di essere sola?”

Ci sediamo in silenzio e osserviamo la chiesa bellissima.

Così bella che non servono più le parole

le parole sono cose da scemi.

Ma io parlo lo stesso e ti dico e tu ascolti:

”Di notte gli amanti si sdraiano in superstrada

fissano i fari come fossero stelle”.

Tu mi guardi sconvolto sono già alle tue spalle

stai correndo lontano da me.

“Eppure li ho visti” ma tu non mi senti

e soltanto rimane con me il cigolio

della mia bicicletta scassata.

Molti anni fa, quando ancora il nostro centro cittadino si dispiegava tranquillo attorno al palazzo svettante del podestà Aurani, una strana maledizione colpì le strade, gremendole di immondizia ammassata in muraglie maleodoranti. Un ragazzino russo in villeggiatura, un certo Brumel o qualcosa del genere, che  sperava di diventare un giorno atleta di salto in alto, esercitò tutta l’estate il suo scavalcamento ventrale sul cumulo di detriti più alto del suo quartiere. Le mosche, stupefatte, restavano a guardare tra i fiati puzzolenti di quella Eldorado invertita. «Che sia solo un miraggio?» si chiedevano. Fu così che nacque la spiritualità negli insetti cosmopoliti. E, da questa, la religione con i suoi riti e i suoi profeti: primo fra tutti la mosca tze-tze, che dall’Africa tropico-equatoriale giunse a girare tutto il mondo per diffondere il Verbo (tze-tze significa proprio Essere nel linguaggio moschico) e punire i miscredenti tramutandoli in ombre addormentate sul cuscino.

L’ilarità, tratto tipico della nostra comunità fin dall’era dei primordi, cominciò a incrinarsi quando all’Ospedale Centrale si presentarono i primi casi di neonati a due teste. Sebbene i genitori non risultassero troppo turbati da quell’inconveniente, almeno dal punto di vista anatomico, restava il fatto che quei bambini avrebbero richiesto il doppio dei fabbisogni energetici abituali e le madri temevano di non riuscire fisicamente a soddisfare le loro esigenze; d’altra parte, come è tradizione nella nostra bella cittadina, esse avevano già dato vita a una prole consistente e il loro corpo presentava i primi segni di cedimento sotto il peso dell’età e della fatica.

Si decise dunque di chiedere soccorso all’assemblea degli anziani, che si riuniva ogni giovedì dopo pranzo alla bocciofila comunale. I rappresentanti della comunità, vestendo secondo gli usi delle ambascerie più importanti, si presentarono di fronte al Grande Vecchio, l’illustre Edoardo Annunzio di anni centoetre, seduto al solito tavolino traballante col suo litro di vino rosso. Alle richieste che così gentilmente, e così candidamente, e forse un po’ troppo retoricamente con tutte quelle formule di cortesia che a veder bene potevano confondere una qualunque persona di anni centoetre, il Grande Vecchio rispose con un lungo silenzio. Poi, dopo aver sorseggiato con gusto un bicchiere di vino, guardò fisso di fronte a sé e disse: «Avete per  caso trovato la mia dentiera? E’ tutto il giorno che la cerco e non so proprio dove possa essersi cacciata..». Gli ambasciatori si fecero in quattro allora per ritrovare l’oggetto prezioso, intendendo tale ricerca quale prova d’iniziazione per accedere ai misteri di cui Annunzio era custode e sacerdote. La trovarono soltanto cinque ore più tardi, riposta in una scarpa abbandonata nel ripostiglio. Dopo che la dentiera fu sciacquata e porta con grande cerimonia al suo padrone, il Grande Vecchio guardò di nuovo di fronte a sé e disse: «L’immondizia che ha inondato la città con il suo olezzo è frutto della maledizione lanciata dal conte Vincenzi, morto il giorno stesso del disastro ambientale a cui siamo stati costretti ad assistere. Il conte aveva una figlia molto brutta: un chiodo stortignaccolo con dei dentoni enormi. Voleva a tutti costi che si sposasse e passava le sue giornate a visitare le case in cui vi fossero dei giovani da maritare. Ma nessuno accettò mai i suoi inviti, sebbene il conte avesse assegnato alla figliola una dote da capogiro. Andò allora al tempio sacro poco distante dalla città e pregò il dio d’amore di aiutarlo a trovare un compagno per la ragazza. Fatti i sacrifici di un vitello e una gallina, con le mani sporche di sangue di fronte all’altare, il conte, dopo aver chiesto al dio la sua benedizione, lo pregò con voce tremante affinché lo aiutasse a quietare il proprio sconforto. Prima di uscire dal tempio, in un istante di rabbia vendicativa, chiese al dio un pegno ulteriore:  se per caso non fosse riuscito a realizzare il suo sogno, se nessun uomo in tutta la città si fosse deciso a sposare sua figlia, il giorno della sua morte il dio avrebbe dovuto punire quel branco di mostri in modo esemplare. Bene signori: come potete immaginare non vi fu alcun matrimonio. La signorina Vincenzi vive ancora nella casa paterna in compagnia della madre. Ecco perché la nostra città trasuda oggi di questa lordura». Dalla piazzola ghiaiosa della bocciofila si levò un coro sgomento: «Oohh!» e a seguire piagnistei e braccia tese verso il cielo a invocare perdono. Il Grande Vecchio ne approfittò per scolarsi un altro bicchiere di vino e per riporre la fastidiosa dentiera nel taschino della camicia a mezze maniche. Quando la platea si fu ricomposta cominciò nuovamente a parlare: «L’unico modo per far sì che la maledizione venga revocata è quello di trovare un marito alla figlia del conte. Solo allora la spazzatura scomparirà dalle nostre strade». (Questa è naturalmente una traduzione non biascicata di quanto disse il Grande Vecchio, di anni centoetre, senza il supporto fisico e fonico della sua dentiera. La versione originaria fu qualcosa come: schh ah schh..).

Informato sugli sviluppi del caso, il podestà fece chiamare a raccolta tutti gli uomini della città presso il patio del municipio. Si decise di trovare un marito alla figlia del conte, che aveva ormai raggiunto i quarant’anni. Nessuno però si propose come volontario e l’assemblea finì in un subbuglio.

Quando alla Vincenzi fu noto l’accaduto, andò subito al tempio e replicò il rito del vitello e della gallina. Il dio le apparve e lei chiese che la maledizione fosse revocata. Fu così che la spazzatura scomparve e le strade apparvero luccicanti sotto il sole dell’ultima estate.

Vicino al tempio un pastore stava pascolando le sue pecore e assistette a tutta la scena. Oltre allo stupore per il miracolo egli fu estasiato alla vista di quella donna bellissima che tutti credevano uno sgorbio spigoloso. Corse da lei, l’abbracciò e la chiese in moglie tra le pecore saltellanti di gioia. Fecero subito l’amore, nascosti  dalla lana delle bestie, e poi si addormentarono.

Quando la figlia del conte si svegliò il pastore era scomparso. Al suo posto era cresciuta una pianta di pomodori ricolma di sfere tonde e rosse.  Lo stesso avvenne per gli altri uomini della città, che adesso sembrava un immenso campo coltivato. Noi quelle piante le conosciamo bene. Sono ancora sotto ai nostri occhi ogni volta che ci svegliamo e costituiscono il tratto di forza della nostra economia. La contessa sulle prime rimase sconvolta e incredula. Poi capì che al volere degli dei non ci si può opporre. I pomodori erano i suoi frutti preferiti: quello doveva forse essere un dono per lei.

Dall’unione con il pastore nacque un bambino dai folti capelli rossi e ricciuti. Si chiamava Pomodorino e a vent’anni inventò la pizza. Col tempo e le migrazioni la popolazione ritrovò il suo equilibrio e ogni anno, d’estate, veniva offerto al dio d’amore un cesto di pomodori, affinché la città fosse protetta dalle sventure.

Le belle persiane verticali che si sporgono
se passa la ragazza e quasi immagini il sorriso
sulla sua bocca e le guance gonfie
come di frutta piene che nel piccolo
loro fuoco d’artificio scoppiano nel riso e tu
nella tua cella in ombra il paradiso
diresti di aver visto..
Nel mio paese ci sono case e case
e un carcere che svetta bianco come la vetta
delle montagne bianche e sopra loro forse un dio
o un cielo che le stupisca con la sua luce chiara e
verde e dolce. Dolce come affogare e poi risorgere o solo
risalire soffiando il vento che abbiamo dentro, l’ultimo
soffio dei polmoni e un’altra Ofelia forse
è quella a cui tu ora chiedi di fermarsi con la mano
oltre le belle tue persiane verticali
per trattenere ancora un poco di quel sogno che non puoi stringere,
non puoi toccare.

Lo chiamavo amore raccogliere fragole

nella tana del lupo:

un divano blu dall’odore svogliato

al mattino. Un odore raffermo

sotto il piscio dei cani.

Io avevo ancora una fragola in bocca,

non pensavo a mentire.

Quando il coito interrotto in un bagno non mio,

in un gioco di mani…

Il mio cesto è rimasto

impigliato tra i rami.

Le strade che si incontrano agli angoli,

quel muro contro muro in cui nascondere gli abbracci

dallo spavento delle automobili e dei raggi

che incagliano i ciclisti nel sole,

sono corpi che si aggrappano l’un l’altro.

A dispetto di te e di me

i silenzi hanno il peso dei fiori non colti,

dei vuoti che fanno tremare le braccia.

Lasciarsi poi senza fuggire,

senza sentire più gli spazi di dolore.

Vorrei tornare domani da te

con il mio fiore.

Le vie portano ancora agli Ospedali Riuniti:
strade che ai bordi raggrumano schiuma e immondizia.
La città lontana dal mare
trema già per il buio degli occhi.
Nei ricordi una spiaggia di sassi,
un letto scomodo per la notte,
dove nascere significa essere esclusi.
-Sono due passaggi delle mani
due assenze che quando si toccano
ti fanno rannicchiare nel letto-.
Ora il mare è un asfalto scuro
e nessun fondale può nascondere
il dolore rigettato sulla sabbia.

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