Molti anni fa, quando ancora il nostro centro cittadino si dispiegava tranquillo attorno al palazzo svettante del podestà Aurani, una strana maledizione colpì le strade, gremendole di immondizia ammassata in muraglie maleodoranti. Un ragazzino russo in villeggiatura, un certo Brumel o qualcosa del genere, che sperava di diventare un giorno atleta di salto in alto, esercitò tutta l’estate il suo scavalcamento ventrale sul cumulo di detriti più alto del suo quartiere. Le mosche, stupefatte, restavano a guardare tra i fiati puzzolenti di quella Eldorado invertita. «Che sia solo un miraggio?» si chiedevano. Fu così che nacque la spiritualità negli insetti cosmopoliti. E, da questa, la religione con i suoi riti e i suoi profeti: primo fra tutti la mosca tze-tze, che dall’Africa tropico-equatoriale giunse a girare tutto il mondo per diffondere il Verbo (tze-tze significa proprio Essere nel linguaggio moschico) e punire i miscredenti tramutandoli in ombre addormentate sul cuscino.
L’ilarità, tratto tipico della nostra comunità fin dall’era dei primordi, cominciò a incrinarsi quando all’Ospedale Centrale si presentarono i primi casi di neonati a due teste. Sebbene i genitori non risultassero troppo turbati da quell’inconveniente, almeno dal punto di vista anatomico, restava il fatto che quei bambini avrebbero richiesto il doppio dei fabbisogni energetici abituali e le madri temevano di non riuscire fisicamente a soddisfare le loro esigenze; d’altra parte, come è tradizione nella nostra bella cittadina, esse avevano già dato vita a una prole consistente e il loro corpo presentava i primi segni di cedimento sotto il peso dell’età e della fatica.
Si decise dunque di chiedere soccorso all’assemblea degli anziani, che si riuniva ogni giovedì dopo pranzo alla bocciofila comunale. I rappresentanti della comunità, vestendo secondo gli usi delle ambascerie più importanti, si presentarono di fronte al Grande Vecchio, l’illustre Edoardo Annunzio di anni centoetre, seduto al solito tavolino traballante col suo litro di vino rosso. Alle richieste che così gentilmente, e così candidamente, e forse un po’ troppo retoricamente con tutte quelle formule di cortesia che a veder bene potevano confondere una qualunque persona di anni centoetre, il Grande Vecchio rispose con un lungo silenzio. Poi, dopo aver sorseggiato con gusto un bicchiere di vino, guardò fisso di fronte a sé e disse: «Avete per caso trovato la mia dentiera? E’ tutto il giorno che la cerco e non so proprio dove possa essersi cacciata..». Gli ambasciatori si fecero in quattro allora per ritrovare l’oggetto prezioso, intendendo tale ricerca quale prova d’iniziazione per accedere ai misteri di cui Annunzio era custode e sacerdote. La trovarono soltanto cinque ore più tardi, riposta in una scarpa abbandonata nel ripostiglio. Dopo che la dentiera fu sciacquata e porta con grande cerimonia al suo padrone, il Grande Vecchio guardò di nuovo di fronte a sé e disse: «L’immondizia che ha inondato la città con il suo olezzo è frutto della maledizione lanciata dal conte Vincenzi, morto il giorno stesso del disastro ambientale a cui siamo stati costretti ad assistere. Il conte aveva una figlia molto brutta: un chiodo stortignaccolo con dei dentoni enormi. Voleva a tutti costi che si sposasse e passava le sue giornate a visitare le case in cui vi fossero dei giovani da maritare. Ma nessuno accettò mai i suoi inviti, sebbene il conte avesse assegnato alla figliola una dote da capogiro. Andò allora al tempio sacro poco distante dalla città e pregò il dio d’amore di aiutarlo a trovare un compagno per la ragazza. Fatti i sacrifici di un vitello e una gallina, con le mani sporche di sangue di fronte all’altare, il conte, dopo aver chiesto al dio la sua benedizione, lo pregò con voce tremante affinché lo aiutasse a quietare il proprio sconforto. Prima di uscire dal tempio, in un istante di rabbia vendicativa, chiese al dio un pegno ulteriore: se per caso non fosse riuscito a realizzare il suo sogno, se nessun uomo in tutta la città si fosse deciso a sposare sua figlia, il giorno della sua morte il dio avrebbe dovuto punire quel branco di mostri in modo esemplare. Bene signori: come potete immaginare non vi fu alcun matrimonio. La signorina Vincenzi vive ancora nella casa paterna in compagnia della madre. Ecco perché la nostra città trasuda oggi di questa lordura». Dalla piazzola ghiaiosa della bocciofila si levò un coro sgomento: «Oohh!» e a seguire piagnistei e braccia tese verso il cielo a invocare perdono. Il Grande Vecchio ne approfittò per scolarsi un altro bicchiere di vino e per riporre la fastidiosa dentiera nel taschino della camicia a mezze maniche. Quando la platea si fu ricomposta cominciò nuovamente a parlare: «L’unico modo per far sì che la maledizione venga revocata è quello di trovare un marito alla figlia del conte. Solo allora la spazzatura scomparirà dalle nostre strade». (Questa è naturalmente una traduzione non biascicata di quanto disse il Grande Vecchio, di anni centoetre, senza il supporto fisico e fonico della sua dentiera. La versione originaria fu qualcosa come: schh ah schh..).
Informato sugli sviluppi del caso, il podestà fece chiamare a raccolta tutti gli uomini della città presso il patio del municipio. Si decise di trovare un marito alla figlia del conte, che aveva ormai raggiunto i quarant’anni. Nessuno però si propose come volontario e l’assemblea finì in un subbuglio.
Quando alla Vincenzi fu noto l’accaduto, andò subito al tempio e replicò il rito del vitello e della gallina. Il dio le apparve e lei chiese che la maledizione fosse revocata. Fu così che la spazzatura scomparve e le strade apparvero luccicanti sotto il sole dell’ultima estate.
Vicino al tempio un pastore stava pascolando le sue pecore e assistette a tutta la scena. Oltre allo stupore per il miracolo egli fu estasiato alla vista di quella donna bellissima che tutti credevano uno sgorbio spigoloso. Corse da lei, l’abbracciò e la chiese in moglie tra le pecore saltellanti di gioia. Fecero subito l’amore, nascosti dalla lana delle bestie, e poi si addormentarono.
Quando la figlia del conte si svegliò il pastore era scomparso. Al suo posto era cresciuta una pianta di pomodori ricolma di sfere tonde e rosse. Lo stesso avvenne per gli altri uomini della città, che adesso sembrava un immenso campo coltivato. Noi quelle piante le conosciamo bene. Sono ancora sotto ai nostri occhi ogni volta che ci svegliamo e costituiscono il tratto di forza della nostra economia. La contessa sulle prime rimase sconvolta e incredula. Poi capì che al volere degli dei non ci si può opporre. I pomodori erano i suoi frutti preferiti: quello doveva forse essere un dono per lei.
Dall’unione con il pastore nacque un bambino dai folti capelli rossi e ricciuti. Si chiamava Pomodorino e a vent’anni inventò la pizza. Col tempo e le migrazioni la popolazione ritrovò il suo equilibrio e ogni anno, d’estate, veniva offerto al dio d’amore un cesto di pomodori, affinché la città fosse protetta dalle sventure.